Da anni siamo immersi in una comunicazione incessante sul cambiamento climatico.

Solo allarmismo. Adesso basta!

C’è una differenza profonda tra chi annuncia una crisi e chi comincia a costruire una soluzione.

Meno parole, più fatti.

Viviamo nell’epoca dell’allarme permanente.

Ogni giorno veniamo raggiunti da immagini di incendi, alluvioni, siccità, temperature record.

Il cambiamento climatico è diventato il protagonista di una comunicazione spesso martellante, capace di generare preoccupazione, talvolta persino rassegnazione. Ma esiste un paradosso che merita di essere affrontato: mentre cresce il racconto della crisi, non cresce con la stessa intensità la cultura delle soluzioni.

Ma la paura, da sola, non cambia il mondo.

Lo cambia il fare.

E tra le azioni più semplici, concrete e immediatamente efficaci ve n’è una che dovrebbe diventare una priorità nazionale: piantare alberi nelle città.

Non si tratta di una scelta romantica né di un’operazione d’immagine. È una decisione sanitaria, ecologica, economica e culturale.

Da anni Stefano Mancuso – neuro-scienziato docente di arboricoltura generale ed etologia vegetale all’Università di Firenze – ci ricorda che gli alberi sono le più straordinarie infrastrutture viventi che l’umanità abbia mai avuto.

Non consumano energia: la producono. Non inquinano: depurano.

Raffrescano naturalmente le città, intercettano polveri sottili, regolano il ciclo dell’acqua, ospitano biodiversità, riducono il rumore, mitigano le isole di calore e rendono gli ambienti urbani più vivibili.

Ogni albero è una sofisticata tecnologia biologica che lavora silenziosamente ventiquattr’ore al giorno per il benessere collettivo.

E oggi sappiamo fare molto più di quanto immaginiamo.

Le moderne tecniche arboricolturali consentono di trapiantare anche alberi già maturi, di grandi dimensioni, capaci di offrire immediatamente ombra e benefici ambientali.

Certo, richiedono competenze, progettazione e investimenti.

Ma quanto costa, invece, una città sempre più calda, sempre più cementificata, sempre meno vivibile? E in molte città del mondo da anni si trapiantano regolarmente alberi alti 8-20 metri, e in alcuni casi anche esemplari ancora più grandi.

La domanda, quindi, dovrebbe essere rovesciata.

Prof. Stefano Mancuso

Non quanto possa costare il piantare alberi.

Ma quanto ci costi in termini concreti il non farlo.

Esiste, poi, una dimensione ancora più profonda alla quale non intendiamo sottrarci perché riguarda prepotentemente la salute.

L’Istituto SIMOH da sempre promuove una visione sistemica della persona, nella quale salute e ambiente non rappresentano realtà separate, ma aspetti di un medesimo equilibrio dinamico.

L’essere umano non vive isolato dalla natura: ne è parte integrante. La qualità dell’aria che respiriamo, la biodiversità che ci circonda, il paesaggio in cui crescono i nostri figli, il microclima delle nostre città influenzano continuamente i processi biologici che sostengono la salute.

Le ricerche degli ultimi anni confermano ciò che l’osservazione clinica aveva intuito da tempo: vivere in ambienti ricchi di alberi è associato a una riduzione dello stress, a un miglior equilibrio neuroendocrino, a una maggiore attività fisica, a benefici per la salute cardiovascolare e mentale, oltre che a una migliore qualità della vita.

Il verde urbano non è un lusso estetico. È prevenzione.

In questa prospettiva, piantare un albero significa compiere un atto di medicina ambientale.

Significa investire nella salute prima ancora che nella cura. Significa realizzare concretamente prevenzione e concorrere alla salute pubblica.

Ma attenzione.

Piantare non significa sostituire indiscriminatamente.

Un grande albero non equivale a una giovane piantina. Un esemplare adulto rappresenta decenni di crescita, milioni di foglie che ogni anno intercettano anidride carbonica e inquinanti, migliaia di litri d’acqua trattenuti nel terreno, un habitat per numerose specie viventi.

Il suo valore ecologico non si ricostruisce in pochi anni.

Per questo motivo la prima forma di riforestazione urbana consiste nella tutela degli alberi esistenti.

Custodirli, monitorarli, curarli quando necessario e abbatterli solo quando esistano reali motivazioni di sicurezza o condizioni fitosanitarie irreversibili.

La seconda consiste nell’ampliare progressivamente il patrimonio arboreo, scegliendo specie adatte ai diversi contesti urbani e pianificando interventi destinati a durare nel tempo.

Forse il cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno è proprio questo. Smettere di considerare gli alberi come elementi ornamentali e riconoscerli come parte integrante delle infrastrutture sanitarie delle città.

Ogni quartiere dovrebbe avere un programma permanente di forestazione urbana. Ogni scuola potrebbe adottare alberi da seguire nella loro crescita e/o avere il proprio bosco da curare e custodire.

Ogni ospedale dovrebbe essere immerso nel verde.

E ogni amministrazione potrebbe misurare il proprio successo non soltanto in chilometri di asfalto, ma anche in metri quadrati di ombra reale restituiti ogni giorno ai cittadini.

Perché una città non diventa moderna quando aumenta il cemento. Diventa moderna quando aumenta la vita.

Forse dovremmo parlare meno di catastrofi inevitabili e molto di più delle responsabilità individuali possibili.
Perché gli alberi non sono la soluzione a ogni problema ambientale. Sarebbe ingenuo sostenerlo.

Ma sono una delle risposte più convincenti ed efficaci alla retorica della paura: trasformare la preoccupazione in cura, l’allarme in progetto, il problema in responsabilità condivisa.

Perché un albero non cambia soltanto il paesaggio.

Cambia il clima di una strada, la qualità dell’aria, la biodiversità di un quartiere, la salute delle persone e perfino il modo in cui una comunità guarda al proprio futuro.

E forse oggi, più che parlare continuamente del clima, abbiamo bisogno di ricominciare a piantare.

La vera domanda, allora, non è se possiamo permetterci di piantare alberi.
La domanda è se possiamo ancora permetterci di non farlo.

E ogni albero che mettiamo a dimora, se sapremo custodirlo, sarà una promessa mantenuta verso di noi oggi e verso le generazioni che verranno: una promessa di salute, di bellezza, di responsabilità e di speranza.

 

Area Simoh per “Biodiversità, Microbiota, Microbioma e Qualità biologica del suolo – One Health” 

 

Nota Bene:
In molte città del mondo si trapiantano regolarmente alberi alti 8-20 metri e in alcuni casi anche esemplari ancora più grandi. Tuttavia, la possibilità dipende da una combinazione di fattori tecnici, biologici ed economici, non solo dall’investimento.

Le principali variabili sono:

  • La specie dell’albero. Alcune specie tollerano molto bene il trapianto anche da adulte (ad esempio platani, tigli, querce sempreverdi, ecc.), mentre altre hanno apparati radicali più delicati e sopravvivono con maggiore difficoltà.
  • L’età e le dimensioni. Più un albero è grande, maggiore è la zolla di terreno che deve accompagnarlo. Un albero di 10-15 metri può richiedere una zolla del peso di diverse tonnellate.
  • L’apparato radicale. Gli alberi destinati al trapianto vengono spesso preparati per anni in vivaio mediante potature radicali che favoriscono la formazione di radici compatte all’interno della zolla.
  • Lo spazio disponibile. In città bisogna considerare sottoservizi (acquedotti, gas, fibra ottica, fognature), larghezza dei marciapiedi, fondazioni degli edifici e linee elettriche.
  • Il periodo dell’anno. Il trapianto si esegue generalmente durante il riposo vegetativo, riducendo lo stress per la pianta.
  • La manutenzione successiva. Irrigazione, monitoraggio, eventuali sostegni e cure per i primi due o tre anni sono determinanti per il successo.

 

Comunicazione a cura di:
Centro Ricerche Salute Globale SIMOH
Scuola Italiana di Medicina Omeopatica Hahnemanniana
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