George Land e il paradosso della crescita cognitiva: l’ambiente che “scrive” il cervello.

La creatività non come talento, ma come condizione neurobiologica primaria.

 

C’è una domanda che attraversa silenziosamente educazione, neuroscienze e medicina, ma che raramente viene posta in modo diretto: la creatività si perde davvero con la crescita, oppure viene progressivamente silenziata?

Negli anni ’60, mentre la NASA era impegnata nella selezione di menti capaci di affrontare problemi fuori dagli schemi dell’ingegneria aerospaziale, un ricercatore dei sistemi, George Land, sviluppò uno strumento per misurare il cosiddetto pensiero divergente, cioè la capacità di generare molteplici soluzioni a partire da uno stesso stimolo.

Non si trattava di misurare l’intelligenza o la conoscenza, ma qualcosa di più difficile da definire e allo stesso tempo più originario: la capacità della mente di produrre possibilità.

Quando lo stesso test venne applicato a 1.600 bambini tra i 3 e i 5 anni, il risultato fu realmente sorprendente: il 98% mostrava livelli elevati di pensiero creativo divergente.

In altre parole, quasi tutti i bambini si collocavano in una condizione di estrema apertura cognitiva, caratterizzata da una naturale inclinazione a esplorare alternative, connessioni e significati multipli.

George Land, Ph.D. (1932-2016)

Ma il dato più rilevante non riguarda l’infanzia, bensì il tempo. Gli stessi soggetti, infatti, seguiti longitudinalmente nel tempo, mostrano una importante progressiva riduzione di questa capacità:

  • circa il 30% a 10 anni,
  • il 12% a 15 anni,
  • fino a circa il 2% nell’età adulta.

Una curva discendente che non può essere letta semplicemente come perdita psicologica, ma che invita a una riflessione più ampia e approfondita sulla natura stessa dello sviluppo umano.

Dal punto di vista delle neuroscienze dello sviluppo, questa traiettoria è coerente con la maturazione del sistema nervoso centrale.

Il cervello infantile si trova di fatto in una condizione di massima plasticità: le reti neurali sono altamente reattive, il sistema associativo è predominante e i circuiti prefrontali di controllo esecutivo non hanno ancora assunto un ruolo rigidamente selettivo. Si tratta di un sistema aperto, caratterizzato da alta variabilità e bassa specializzazione, in cui la generazione di possibilità prevale sulla selezione delle risposte.

Con la crescita questo equilibrio necessariamente cambia. Il sistema nervoso entra in una fase di progressivo consolidamento: il cosiddetto pruning sinaptico riduce le connessioni meno utilizzate, le reti diventano più efficienti e il controllo prefrontale si rafforza.

Dal punto di vista adattativo, ovviamente, questo processo è essenziale: consente previsione, stabilità, capacità decisionale e coordinamento sociale. Sul piano funzionale, tuttavia, comporta anche una riduzione dello spazio delle possibilità cognitive.

Questa trasformazione non avviene in un isolamento biologico.

In una prospettiva PNEI (Neuro-Psico-Endocrino-Immunologia), il cervello non è un sistema chiuso, ma una struttura immersa in un dialogo continuo con l’ambiente attraverso reti neuroendocrine e immunitarie.

Famiglia, scuola, contesto sociale, sistemi di valutazione e gestione dell’errore diventano così fattori biologicamente attivi, capaci – in una certa misura – di modulare anche l’organizzazione funzionale del sistema nervoso.

Lo stress cronico, in questo contesto, anche quando non fosse patologico in senso clinico, agisce attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), influenzando la produzione di cortisolo e la regolazione dei ritmi fisiologici.

Parallelamente, il carico allostatico accumulato nel tempo  – ossia il “costo” cumulativo di usura biologica subita a causa di stress cronico o adattamenti ripetuti –  contribuisce a modificare la soglia di attivazione dei sistemi di risposta, influenzando plasticità sinaptica, e quindi regolazione emotiva e capacità di esplorazione cognitiva.

A livello più profondo, questi processi si intrecciano con meccanismi epigenetici: l’ambiente non si limita a influenzare il comportamento, ma contribuisce a modulare l’espressione genica attraverso processi di regolazione dinamica, come la metilazione del Dna ecc.

In questo modo, esperienze ripetute di valutazione, inibizione dell’errore o rinforzo della risposta corretta possono contribuire alla stabilizzazione di pattern neurali più selettivi e meno esplorativi.

Un ulteriore livello di lettura può riguardare, infine, la cosiddetta neuro-infiammazione.

Evidenze sempre pù crescenti mostrano, infatti, come condizioni di stress cronico e disregolazione neuroendocrina possano attivare in modo persistente – ad es. – la microglia, con conseguente aumento di mediatori pro-infiammatori come interleuchina-6 (IL-6), TNF-α e interleuchina-1β.

Queste e altre molecole, pur essendo parte di un sistema fisiologico di difesa, quando presenti in modo cronico a basso grado possono influenzare la plasticità sinaptica e la regolazione dei circuiti fronto-ippocampali, contribuendo a una riduzione della flessibilità cognitiva.

In questo quadro si inserisce anche il concetto di inflammaging, tradizionalmente associato all’invecchiamento biologico, ma sempre più interpretato come uno stato di infiammazione sistemica cronica di basso grado che riflette una riduzione della capacità adattativa del sistema nel suo complesso.

E in questa prospettiva, la rigidità cognitiva non diviene soltanto un fenomeno psicologico, ma può essere letta come una manifestazione funzionale di una più ampia riduzione della complessità biologica e regolativa dell’organismo.

Ciò che emerge, quindi, è la necessità – sempre più improcrastinabile – di una lettura unitaria: la creatività non come semplice competenza cognitiva, ma come espressione di un sistema neuro-immuno-endocrino personale in stato di elevata complessità dinamica.

Quando questa complessità si riduce, per ragioni maturative, ambientali o infiammatorie, o altro, non si osserva solo una diminuzione delle idee “originali”, ma una vera e propria restrizione dello spazio di possibilità del sistema.

L a salute cognitiva non coincide più con la mera efficienza o stabilità, ma con la capacità del sistema nervoso di mantenere un equilibrio dinamico tra ordine e variabilità, tra previsione e apertura, tra controllo e generazione di alternative.

La domanda che ne deriva non appartiene esclusivamente alla pedagogia o alla psicologia, ma si estende alla medicina nel suo senso più ampio e sistemico del termine: quali condizioni ambientali, cliniche, sociali, culturali, ecc. permettono al sistema umano di preservare la propria plasticità funzionale lungo tutto l’arco della vita?

Perché, alla luce di questa lettura integrante e sinergica, la creatività non appare come un lusso cognitivo, ma come un indicatore sensibile dello stato di vitalità del sistema.

E quando un sistema perde la capacità dinamica di generare possibilità, non diventa necessariamente più efficiente: diventa semplicemente meno aperto, meno adattabile, e in ultima analisi, meno vivo nel senso biologico più profondo del termine.

Per Approfondire:

 

Fonte Foto: Assodigitale e Sanità Informazione

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