Scoperta sorprendente: il cervello umano produce luce reale.

Fotoni invisibili, metabolismo cellulare e nuove frontiere diagnostiche nello studio pubblicato su iScience.

Le ultra-deboli emissioni di luce del cervello aprono scenari innovativi tra biofisica e neuroscienze.

 

Il cervello umano emette luce, e questa volta non è una metafora: una luce reale, fisica, composta da fotoni che attraversano i tessuti, il cranio e il cuoio capelluto, disperdendosi nello spazio esterno mentre pensiamo, leggiamo, ascoltiamo.

È quanto emerge da uno studio pubblicato il 12 febbraio 2025 sulla rivista iScience, firmato dalle ricercatrici Hayley Casey e Nirosha Murugan, che ha portato per la prima volta questa emissione al confine della misurabilità sperimentale sull’essere umano vivo, trasformando un fenomeno noto da decenni in laboratorio in qualcosa di osservabile direttamente nel cervello in azione.

In una stanza completamente oscurata, schermata da ogni interferenza luminosa, venti volontari sono stati sottoposti a rilevazioni con fotomoltiplicatori capaci di registrare singoli fotoni, strumenti così sensibili da intercettare segnali infinitesimali, ed è proprio lì che il cervello ha “parlato” in luce, emettendo un flusso continuo, debolissimo ma inequivocabile, circa un milione di volte sotto la soglia della percezione visiva umana.

Questo fenomeno, noto come UPE (Ultra-Weak Photon Emission), non è un’anomalia né un’eccezione, ma una firma biologica del metabolismo cellulare, legata in particolare ai processi ossidativi che accompagnano la vita stessa delle cellule, e tuttavia ciò che rende questo studio così affascinante è un passaggio ulteriore: la luce cambia, si modula, si organizza in pattern differenti a seconda di ciò che il cervello sta facendo, con variazioni rilevabili tra condizioni come occhi aperti e chiusi o durante stimolazioni sensoriali, in particolare nelle aree occipitali e temporali.

Non si tratta ancora di un linguaggio codificato né di un sistema di comunicazione dimostrato, ma l’idea che l’attività cerebrale lasci una traccia luminosa coerente, parallela a quella elettrica già studiata con l’elettroencefalogramma (EEG), apre scenari che fino a poco tempo fa appartenevano più alla speculazione che alla ricerca sperimentale.

Gli stessi ricercatori parlano con cautela di una possibile futura “fotoencefalografia”, una tecnica che potrebbe un giorno leggere lo stato funzionale del cervello attraverso queste emissioni passive, senza elettrodi, né interventi invasivi, anche se al momento siamo ancora nelle fasi iniziali di comprensione, con segnali complessi, deboli e difficili da interpretare.

L’entusiasmo, dunque, va sicuramente accompagnato dal rigore: non è stato scoperto un nuovo “linguaggio luminoso del pensiero”; ma è stato compiuto un passo importante nella capacità di osservare il cervello da una prospettiva completamente diversa, quella ottica, che si affianca a quelle elettrica e chimica.

E proprio in questo equilibrio tra meraviglia e prudenza si colloca il vero valore della scoperta: sapere che ogni attività mentale lascia, oltre alle ben note tracce bioelettriche e biochimiche, anche una debolissima impronta luminosa che, silenziosamente, accompagna ogni istante della nostra vita.

F.to Simoh – Scuola Italiana Medicina Omeopatica Hahnemanniana ONLUS

 

Comunicazione a cura di:
Centro Ricerche Salute Globale SIMOH
Scuola Italiana di Medicina Omeopatica Hahnemanniana
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