Bellavite_Paolo 1Articolo del Prof. Paolo Bellavite, Dipartimento di Medicina, Università di Verona
Fonte: Omeopatia33 – 13 gennaio 2017 – Anno 12 Numero 1

Sintesi:
Al recente congresso dell’European Committee for Homeopathy, tenutosi a Vienna a novembre 2016, la lectio magistralis è stata tenuta dal dr. Robert Hahn del Dipartimento di Anestesiologia dell’università di Linköping, Svezia.

Il relatore è un medico che non ha mai studiato omeopatia ma ha grande esperienza di ricerca clinica convenzionale.

Egli ha dimostrato quanto sia difficile un giudizio obiettivo sull’efficacia dell’omeopatia e soprattutto come la cosiddetta “meta-analisi” di Shang e collaboratori pubblicata dal Lancet nel 2005 non fu rigorosa, anzi fu viziata da gravi difetti metodologici.

Anche se sono passati anni, tale studio è ancora di attualità e citatissimo come presunta prova dell’inefficacia dell’omeopatia. Pochi hanno chiaro il fatto che i dati effettivamente provavano la buona qualità dell’omeopatia e la sua efficacia e che fu solo una manipolazione dei numeri e un’analisi applicata scorrettamente (“funnel plot”) a portare a delle conclusioni negative, poi amplificate dai mass media.

Tutta la vicenda di questa micidiale “bufala” medica lascia perplessi e fa riflettere su come sia possibile che personaggi che sono ritenuti esperti nella materia della ricerca clinico-farmacologica abbiano potuto prestar fede senza batter ciglio a tale pubblicazione e continuino a citarla ossessivamente.

Anche se la ricerca in omeopatia è ancora apertissima e sono necessari ulteriori studi prima di dirne provata l’efficacia in molti campi, l’equivalenza omeopatia=placebo è definitivamente confutata sia dalla ricerca clinica sia da quella di base, per cui la sua reiterazione non può che essere frutto di ignoranza o di malafede.

 

“La micidiale bufala dell’omeopatia e del placebo”.

Tutti sanno che un lavoro pubblicato dal Lancet nel 2005 (Shang A et al. Lancet 2005; 366:726-32) fu presentato come la prova che l’omeopatia sia equivalente al placebo ed ebbe un fortissimo impatto sul mondo medico scientifico. Forse ancora maggiore impatto ebbe l’editoriale dello stesso fascicolo, intitolato “La fine dell’omeopatia” (Lancet 2005; 366:690), che fu diffuso ai mass media nelle ore precedenti alla pubblicazione per creare ancora maggiore risonanza.

Anche se si tratta di lavori ormai “datati” essi sono stati oggetto di varie re-analisi nel corso degli anni e se ne parla ancora perché il loro impatto nel mondo medico è ancora vivo. A tutt’oggi, tale lavoro di Lancet e l’editoriale ad esso dedicato sono tra i più citati nella letteratura del settore: 454 citazioni al 19 dicembre 2016, mentre per confronto una replica di un gruppo di omeopati sulla stessa rivista (Lancet 2005; 366, 2082-2083) ha solo 16 citazioni.Paolo-Bellavite-Univr

La pubblicazione di Shang fa ancora da riferimento agli attacchi più pesanti all’omeopatia, come quello di una “commissione” del parlamento inglese, quello di un pannello di “esperti” australiani e persino quelli di periti di parte in tribunali dove si tengono cause contro case farmaceutiche omeopatiche. Wikipedia usa questa citazione come strumento principale del suo attacco frontale all’omeopatia giudicata placebo e pseudoscienza.

Il prof. Silvio Garattini nel suo libro del 2015 “Acqua fresca?” sostiene che “quando si è cimentata in queste prove l’omeopatia non ha mai dimostrato di produrre un beneficio. Sulla base di queste evidenze negative la comunità scientifica si è espressa in maniera definitiva” (qui cita Shang et al., 2005). In un’intervista ribadisce: “Ritengo che la parola conclusiva sia stata quella della rivista The Lancet, già nel 2005, con un editoriale celebre: The End of Homeopathy.” Conoscendo l’influenza di Garattini sul mondo medico e sulle autorità regolatorie della politica sanitaria italiana, tali opinioni sono particolarmente significative.

Qui è necessario ricordare alcuni aspetti tecnici del citatissimo lavoro del Lancet. Gli autori, partendo dall’ipotesi che “gli effetti dell’omeopatia debbano essere (must be) effetti placebo aspecifici”, hanno paragonato 110 studi clinici controllati con placebo in omeopatia con altrettanti di medicina convenzionale, estratti a caso dalla letteratura mondiale concernente patologie dello stesso tipo.

Curiosamente, i dati sembrano persino favorire l’omeopatia. Infatti si riporta (traduzione letterale) che “21 trials omeopatici (19%) e 9 convenzionali (8%) sono stati giudicati di buona qualità” e “la maggior parte degli odds ratio indicavano un effetto benefico dell’intervento (figura 2)”. Odds ratio qui significa il rapporto tra del placebo e effetto del farmaco e effetto del placebo: 1 vuol dire nessun effetto, meno di 1 vuol dire effetto benefico del farmaco, più di 1 vuol dire effetto migliore del placebo.

Quindi, ad un primo giudizio le ricerche cliniche omeopatiche sono state giudicate di qualità comparabile se non migliore a quelle convenzionali e hanno dato entrambe un risultato complessivamente positivo”. […]

[Continua a Leggere l’Articolo per Intero]